CORE N’GRATO parte 2

Terminata la lettura, Ambrogio Esposito ha un tuffo nel passato.

Figlio unico di una famiglia di emigranti venuti da Napoli a Milano in cerca di lavoro, era riuscito a coronare il sogno di famiglia, studiare, prendere una laurea e avviarsi alla professione imprenditoriale, ma era diventato un milanese e ogni giorno era sempre più distante dalle sue radici e tradizioni. Non gli piaceva la pizza, gli spaghetti li detestava, odiava sentire parlare napoletano, adorava la nebbia e l’indifferenza di Milano. Preciso, metodico, perfetto nel vestire e nel parlare, mai un sorriso né una confidenza di troppo con gli altri.

Ambrogio si trova davanti a una difficile scelta: ignorare la lettera e rinunciare ad una eredità di cui conosceva solo marginalmente l’entità, ed era una bella entità, oppure trasferirsi seppur temporaneamente in una città dove sapeva che non sarebbe riuscito ad ambientarsi e, per ben un anno vivere tra gente di un’altra cultura così diversa dalla sua? Ha sempre sentito parlare molto male della città, un po’ è spaventato, ma si convince per il fatto che gli affari sono affari e che il suo patrimonio economico va incrementato se vuole avere più potere nel mondo imprenditoriale di Milano. Inoltre, alcuni industriali di Bergamo, suoi conoscenti , cercano da anni un terreno nel Sud da destinare ad un non ben precisato business e questa potrebbe essere un’ottima occasione per fare affari con loro.

Laura! per favore, prenota il primo aereo per Napoli”

ordina Ambrogio alla segretaria dal citofono interno. Poi al telefono un rapido giro di telefonate a clienti e fornitori, su internet controlla ed invia posta elettronica che viaggia veloce meglio di qualsiasi raccomandata, mentre il pensiero va alla valigia da fare, tutto da organizzare, il taxi per aeroporto, e pronto per la partenza.

Ultimo pensiero, prima di andare … Ambrogio ha una fidanzata, si chiama Silvia, buonissima famiglia, ricca e borghese, lavora nell’azienda del padre, dove producono accessori di lusso per stanze da bagno, lei è la responsabile dell’ export, due lauree, conoscenza di quattro lingue, non beve, non fuma, 2 ore di palestra al giorno, yoga la sera, vacanze invernali a Saint Moritz, estive in Sardegna, è fidanzata con Ambrogio da 8 anni, fanno l’amore una volta a settimana il sabato sera, non vuole, per il momento, avere figli perché ostacolerebbero la sua carriera, è vegetariana iscritta al golf club di Arcore e frequenta un maneggio esclusivo a Milano dove vive in una bella villetta con papà e mamma.

Ambrogio la chiama, le spiega con calma e con voce distaccata il motivo della sua partenza, di come sarà dura stare senza di lei e in una città a lui ostile e sconosciuta, ma le promette che si rivedranno presto. Entrambi sanno che ambizione e successo vengono prima di tutto, anche un po’ di avidità, a costo di sacrificare anche il tempo da vivere insieme.

Ora veramente è pronto per partire, arrivederci mia bella Milano!

Per scrivere bisogna avere qualcosa da raccontare

Una giusta riflessione suggeritami da un noto scrittore giallista, Maurizio De Giovanni, sulla determinazione e sul forte desiderio di scrivere e raccontare: bisogna avere in testa le storie che vogliamo raccontare. Altrimenti non esiste gioco.
Io ne avevo e non mi sono accorta di averne perduto gran parte.
Un giorno dopo l’altro, provando e riprovando, ma poi abbandonando le parole a loro stesse, mi sono impoverita: non avevo più nulla da raccontare, a nessuno! E la cosa triste sta nel fatto che manco me ne ero resa conto! che mi ostinavo a dirmi che avrei ripreso a scrivere, a raccontare, a sognare, mentre la quotidianità e i Tempo mi sottraevano alla mia vita.
Ed ora? che faccio? il desiderio non è morto ma la consapevolezza di essere altro dalla donna che scriveva di se stessa e del suo divenire mi blocca, attualmente non ho una vita che mi suggerisce cose ed emozioni da raccontare. Eppure ne ho desiderio, come una droga che torna a tentarmi, che non ha mai smesso di farlo.

IO

Sento tanta rabbia in me.

Compressa e quasi sempre latente, oggi mi brucia dentro ed anche fuori di me.

Sono arrabbiata con il mondo, con me stessa, per quello che ho fatto al mio vivere.

Non so se questa è e sarà la mia vita.

Non sono depressa, anche se chi lo è tende a negare l’evidenza, ed allora sono depressa, tanca.

Forse è solo stress ciò che mi divora.

Sento il peso delle responsabilità, di tutte le responsabilità che mi sono accollata, per ruolo e volontà

Lo scrivo e mi sfogo qui, dove so che nessuno mi leggerà mai. In passato ho avuto un blog anche fin troppo letto e frequentato e la cosa mi ha portato molte gioie ma anche tanto dolore ed ho detto basta!

Ma, come ho già detto, forse sono solo stressata e stanca e il vento che tira da qualche giorno manifesta e scopre le mie parti dolenti

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Progetto di scrittura: “Core n’grato”

Ambrogio Esposito è un ricco industriale di Milano e come tutte le mattine entra nel suo ufficio e, seguendo un rituale tutto suo, posa sul tavolo i suoi due cellulari, accende contemporaneamente il suo pc portatile ma anche il computer che troneggia sulla sua scrivania manageriale e come ogni giorno saluta con un cenno compiaciuto la foto incorniciata di Paolo Maldini ed il quadro che raffigura il Duomo di Milano alle sue spalle.

Inizia un altra giornata simile a tante altre, un altra giornata di lavoro, telefoni che squillano, fax e mail. Fuori, la solita atmosfera grigia e nebbiosa.

Bussano alla porta, è la segretaria, Laura 48 anni portati male, tailleur anonimo e sguardo impassibile e severo, una donna che è nata segretaria e lo sarà per tutta la vita.

“E’ arrivata una raccomandata da Napoli, dottore.”

La sua voce è monotona e senza inflessioni.

Ambrogio ringrazia, la congeda e apre incuriosito la missiva.

E inizia a leggere:

“Ciao nipote mio caro, sono zio Giuseppe, ti ricordi?

Il tuo zio preferito di Napoli, quello che quando eri piccolo ti teneva sulle ginocchia e facendoti andare su e giù ti cantava “Sega sega mastu’Ciccio nà panell e nù sassiccio” e una volta mi sei pure scappato dalle mani e sei caduto con la capa pe’ terra…eh! …che bei tempi!

Quando riceverai questa lettera io sarò morto, si morto, morto defunto, andato, ma ….. non ti preoccupare che me ne sono visto bene, anche se zia Rosa, che poi era mia moglie cioè tua zia, non sapeva niente….

Io ho lavorato tanto ed ho investito i miei soldi in terreni ed immobili che vorrei lasciare a te, mio nipote preferito, ma, visto che non ti vedo da tanto, voglio essere sicuro di aver fatto la scelta giusta: dovrai superare una piccola prova per accedere all’eredità. Tempo fa ho aperto un ristorante in provincia di Napoli, un ristorante dallo stile un po’ particolare che tu dovrai continuare a gestire per un anno senza che vada in fallimento. Se ci riuscirai, potrai prendere possesso di tutta l’eredità. Al tuo arrivo a Napoli il notaio Bevilacqua ti spiegherà tutto. E quest’è.

Il tuo, ormai defunto, zio Giuseppe.

P.S. hai 24 ore per decidere, passato quel tempo se il notaio non riceve tue notizie l‘eredità passerà a tuo cugino Ciro che devo dire non mi è mai piaciuto tanto e non mi era molto simpatico anche perché non gli piaceva il capitone fritto che io preparavo per lui e per me con tanto amore a Natale.”

Terminata la lettura, Ambrogio Esposito ha un tuffo nel passato.

(continua)

omini dalle braccia ossute

Ci sono delle cose che vanno nell’esatto verso contrario a quello che vorresti… forse per questo hanno inventato i sogni.
Ma io non sogno più.
Io a volte mi sento come quei disegnini fatti dai bimbi, omini dalle braccia e gambe ossute, quelli con le cinque dita bene aperte su di un foglio bianco, con i capelli disegnati a penna ed a volte mi prendo al libertà di pensare che io non so chi sono e cosa voglio ed allora gioco come una bambina ad essere triste.

E veramente divento triste…

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Crepe e Dolore

Ho bisogno di urlare!

Da anni sto tenendo dentro me il dolore della perdita, la frustrazione di una solitudine imposta, la rabbia per una svolta del destino che non avevo previsto, considerato, ed ora non reggo più.

Stanca di fare la donna forte, ho crepe ovunque nel mio essere
e vorrei solo urlare, mollare.

Manchi, più di quanto vorrei, mi manchi e so che amerò sempre quell’essenza di te che un tempo mi inebriò.1461255_10202316310939479_299254702_n

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Buonanotte Vita!

Una notte come tante, notte d’autunno ancora col sapore sulle labbra della estate oramai andata e sulla pelle i primi brividi di un inverno che sembra lontano e pur così vicino. La prima nebbia, a banchi, la osservo dalla mia finestra, l’alone che produce alla luce dei lampioni, la strada umida e solitaria… ore 1.00 e non dormo.
Guardo la luna, tonda, opaca e sospiro.
Buonanotte Vita, ti aspetto domani! Porta un buon sonno a chi sonno anela e non ha.
Buonanotte Vita, concedi un sogno da sognare e forza per realizzare a chi sogni ormai non ha, neppure nel cassetto più segreto della madia.
Buonanotte Vita, concedi ad ogni donna che dorme sola nel suo letto ancora una speranza nel cuore, credendo ella di avere spento la fiammella dell’ ardor di passione, dopo che l’ultimo suo uomo è andato defilando dalla porta.
Buonanotte Vita, aiuta nei suoi passi brancolanti ogni uomo che riconosce Amore quando amore non c’è più, perché l’ha umiliato, deriso, sminuito e colpevolizzato mentre a lui donava una guancia e l’altra insieme per un ultimo bacio… e le labbra ancora.
Buonanotte Vita, socchiudi amorevole gli occhi di ogni bimbo che stanotte non ha avuto in dono la lettura della favola che concilia i suoi sogni… lui aveva diritto alla fiaba ed ai sogni per vivere da bimbo e diventare un buon adulto. E qualcuno lo ha derubato del suo diritto d’essere fragile, piccola creatura da proteggere.
Socchiudo la finestra, l’umida nebbia vuole invadere la stanza ma non lo consento. Tiro la bianca tenda ed il buio è con me. Raggi di luna filtrano dalla persiana e rischiarano il mio letto.
Buonanotte Vita, dona amore al mio cuore, luce alla mia strada e riaccendi la fiammella della passione nel mio vivere cercando.
Accarezzo la fronte ed il capo bruno del mio bambino… lui dorme ed io sorrido.
Buonanotte a te ragazzo mio.
Che Dio ci protegga, tutti.

Il Cenone della Vigilia, dalle mie parti

Il cenone tradizionale della vigilia di Natale ma anche del 31 dicembre dalle mie parti è a base di pesce, che siano frutti di mare, crostacei o pesce, tutto fa …mare! Una buona cena comincia presto, intorno alle 20.00 e la tavolata prevede almeno 15 o 20 commensali, tutti parenti di primo ed anche secondo grado e qualche parente acquisito, perché no! Comunque, sempre pronti a “aggiungi un posto a tavola che c’è il parente in più” che non si sa mai si decida la zia Concettina che sono dieci anni che sta chiusa in casa sua e non esce mai per tutti quei dolori, ma che dice “se l’artrosi me fa scennere ce vengo, sennò me fate à nappatella ” La tavola è apparecchiata come si deve: tre o quattro tavole prese a prestito dall’attrezzatura da giardino e campeggio ed unite nel salone, le sedie rimediate qua e là anche dai vicini, tovaglia del corredo che se non la usi mò e quando la metti più (che poi sò ca…voli a lavare e stirare con tutti quei ricami!), le stoviglie del servizio buono, porcellana Ginori, conservate un anno intero apposta per la tavola “apparicchiata” di Natale, bicchieri di cristallo, posate d’argento (e che se non si mettono a Natale hanno voglia a fare polvere nella cristalliera!), bottiglie di vino ed acqua a volontà. La tradizione vuole che si comincia con la mozzarella, non una mozzarella, ma LA MOZZARELLA, rigorosamente di bufala, quella di Aversa al massimo di Mondragone, quella a pasta elastica che quando la premi tra due dita, pollice ed indice, addà caccia la goccia di latte, sennò desisti e che pazziamme!!! La mozzarella si sposa solo con prosciutto crudo, quello buono, doce doce ca se squaglia ‘mmocch’: antipasto all’italiana! Un tocco esotico, cà nun c’azzecca niente con la tradizione, ma fa tanto chic, lo danno le tartine con acciughe e con salmone affumicato, quello norvegese, e poi caviale e gamberetti che affogano un un cocktail di salsa rosa; non mancano tra gli antipasti ostriche fresche fresche che di più non si può (vogli’ verè chi è sape arrapì!), innaffiate dal limone ed accompagnate da una bevuta di champagne, che poi è spumante italiano, si sa… Seguono, tanto per gradire, involtini di bresaola e ricotta, chell’è fuscella e nù poche e pizza cà scarola, quella di mezzogiorno, che non guasta anzi, stimola l’appetito! questo in attesa del primo piatto! Dopo un’ora circa viene servito lo spaghetto a vongole da donne indaffarate che vanno avanti e indietro tra cucina e salone e che nun è vir’ maje assettate, mangiano in piedi! Si cucina al momento e sennò che freschezza è! Dunque, lo spaghetto alle vongole veraci: poche regole ma buone, lo spaghetto deve essere ruvido, addà azzeccà l’uoglio do cundimiento mentre la vongoletta addà essere verace, m’arracummanne (addà spruzzà ancora, mentre la metti in padella!) e, rigorosamente nel guscio, accompagna la forchettata in uno sposalizio di sapore!!! “Non dimenticare il rametto di prezzemolo a profumare e decorare” mi intima la mamma, che mi vuole insegnare, ma pare che me sta a cazzià. Mentre si aspetta il secondo piatto, più o meno ancora una mezzora, fanno la comparsa sulla tavolata, nell’ordine: na’ nzalate e rinforzo, con il giardiniera di ortaggi e peperone pupaccella (è forte, marò si è forte!!!!), cavolfiore all’insalata, broccoli di natale, ed ancora sott’olio e sott’aceti delle conserve della nonna, fatte a mano, letteralmente spremmute e cunzervate sott’uoglio d’aulie, tutte verdure cà sulamente inda ‘sti feste se ponno magnà! A questo punto, in cucina si finisce di fregolare e friggere e giunge a tavola lui, si lui, “o’ pezzull’e baccalà fritt’ “, che può essere pure di mezzo chilo, semp’ nu pezzullo è! Sto benedetto baccalà è buono, buono assaje, ma mentre lo prepari (il baccalà si deve ben bagnare per qualche giorno per scaricare il sale!), t’impregna na’ casa e na’ cucina di una puzza che ci vuole la maschera antigas per una settimana, e chell’addore ‘e frittura (in pastella mi raccomando!) ti rimane addosso che dopo hai voglia a togliere maglie e camicie, pure la pelle t’avissa a scurticà…. però è squisito…..!! ve lo posso giurare! Insieme ò baccalà fritto arriva il non plus ultra della frittura della vigilia: Signore e Signori ohohohohohhooohh O’ Capitone, O’ Re (e ci credo,con quel che costa!), protagonista dei nostri cenoni e di tante nostre commedie tragicomiche… Io ho voglia a dire a mia mamma che -o’ capitone ammè nu’ me piace-, ma lei “per devozione, lo devi mangiare!” afferma convinta…. ed io, subisco…. per devozione e buon augurio, caggia fa! E non finisce mica qui la cena!….naaaa! Il secondo arriva (marò… nun ne posso chiù…. sono piena come un uovo….) e guai a dire “no, grazie, sono sazia!”, la rivolta della cuoca è assicurata, mia mamma afferma quasi incollerita: “avita ‘a mangià, e chè ho passato na jurnata in cucina pe fà rummanì u’ mangià?” E serve, uno a testa, pesce in cartoccio, spigola od orata, a seconda di quello che il mercato del pesce ha offerto del pescato; na ‘nzalatella mista, doje patanelle al forno…… e sono pronta per l’ospedale, rianimatemi! Almeno siamo a termine, no?….. nooooo! Ops!… ci sono i dolci, e già, i dolci della tradizione partenopea: gli struffoli, che sono palline di pasta croccante al miele con tanti confettini colorati e canditi, poi c’è il roccocò, biscotto di mandorle miele ed albumi, sponsorizzato dall’associazione dentisti italiani pecchè è accussì tuosto che se lo mangi senza spugnarlo un poco garantisci il lavoro ai suddetti per tutto l’anno nuovo che arriva! e poi frutta secca, cassata, rigorosamente palermitana, e che sennò non vale, – “je l’aggia viste e scennere dalla nave dritta dritta dalla Sicilia” ha confermato lo zio Peppino che l’ha portata lui come contributo alla cena ed io ce credo, haivistomai! Il vino scorre a fiume quando è in piena: rosso di Gragnano o un Aglianico, mescolato in allegria insieme al vinello della vigna della Zia Rosaria, un un bianco Greco di Tufo, l’ammaro, ò limoncello col panettone e col pandoro (pe nun dispiacè i milanesi e pure i veronesi), ed infine il caffè, nero, forte e bollente che s’è fatta ora: ò bambiniello sta pè nascere…
Auguri a tutti!!! Baci ed abbracci e saltano i tappi dello spumante, amabile mi raccomando per le bocche meno avezze… ed al Veglione del 31 si replica, m’arraccumanne!!!

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«nella vita nulla ritorna tranne i nostri errori»

Credevo che, invecchiando, mio padre andasse rafforzando i lati peggiori del suo carattere. Invece era la malattia che agiva su di lui. Destino, non direi: è stata solo sfortuna Osservo il mio anziano genitore ferito da un dolore inguaribile, segnato dallo stigma di una malattia degenerativa, sconfitto dall’Alzheimer e da una parkinsonite che hanno preso possesso di lui, isolato nello stato confusionale in cui lo relega la demenza, e noto in me rinnovata la dignità di un padre. Cerco di controllare quel senso di perdita, che peraltro ho sempre avuto nei confronti della figura di “padre” vissuta in lui, che mi pervade quando lo osservo, quando lo ascolto mentre si tormenta nel riconoscere la realtà fisica che lo circonda, pervaso dalla sola memoria nitida di un remoto passato, mentre nebulosamente cerca un ricordo recente che gli sfugge quanto più cerca di afferrarlo. Cerco di controllare il bisogno di sostenerlo, di prenderlo in braccio quando barcolla, a volte cadendo pure, perché i tremori vincono quel suo fragile e nervoso corpo preda ormai degli anni e della malattia. Ancora sono la sua figlia adorata (anche se nel mostrare e vivere le affettività non è mai stato un granché), eppure ogni giorno guardo quegli occhi che hanno sempre più lo sguardo tipico della demenza, per cercarmi e ritrovarmi nella sua mente, sgomenta di scoprire che, una mattina, potrebbe non riconoscermi più.
Non riconoscersi più.

FINE

Inafferrabile a volte il destino,
sfugge incontrollabile,
scivola ogni pensiero felice
avanza un singhiozzo dell’anima
sensazione di spazio infinito
alterabile la mente in percorsi inevitabili,
come potrebbero essere evitate le solite parole,
i soliti inganni, le inutili promesse, le false risate,
gocce di pioggia che si fermano su di un vetro
e tremano giù ,
gocce di rabbia che si fermano tra le pieghe di una canzone
e non ne escono più,
avrei bisogno di un tramonto
avrei bisogno della luna
avrei bisogno di qualcosa che è poesia
avrei bisogno di un oceano in tempesta
avrei bisogno di una parola, solo una…
Fine
Per poi iniziare daccapo con inchiostro di sole